

Ovviamente l'immagine non rende, ma vi assicuro... Era fantastico!
Non avevo mai visto l'arcobaleno così completo in vita mia. Chissà che sia un buon presagio!

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Ci siamo.
L'autunno è qui, con i suoi contrasti.
Ho cambiato posto di lavoro e non lavoro più la sera. Che sonno, alzarsi presto. Non ero abituata.
La la luce, il giorno, l'imbrunire... Sapere che posso guardare il tramonto... Sono impagagabili.
In quella strada ci siamo, ci siamo sempre.
E' un altro paesaggio del cuore, non serve andar lontano, bastano pochi minuti per arrivare. Sembra tutto nuovo, quando sei felice.
Buona settimana a tutti!

Una volta ho chiesto quale fosse la stagione preferita. Una signora, che dalla vita aveva avuto più di qualche schiaffo, mi ha risposto che era l'autunno. Nè la primavera, che le pareva così bella quando era giovane, né l'estate, che con il caldo massacrante le affaticava notevolmente la quotidianità. Diceva che l'autunno, o meglio, la fine dell'estate, ha in sé qualla dolcezza, quei modi gentili, che la riportavano al passato più sereno. Raccontava che da bambina poteva correre e si nascondeva a ridosso della trattoria gestita dai suoi, per carpire i profumi che provenivano da quella taverna.
Mentre parlava, io ricordo di aver pensato che la mia stagione era ancora la primavera, o meglio l'estate piena, quella lussureggiante della pianura, di cui parlavo qualche post fa.
Ora non so più.
Negli ultimi venti giorni l'afa e il caldo mi hanno sopraffatta. L'atmosfera ovattata del tardo pomeriggio non mi pareva più così densa di vita nascosta. Inettitudine e noia si sono mescolate alla solitudine per ore.
Ora che la temperatura è più umana mi guardo intorno. Come se fosse la prima volta, scopro anch'io la dolcezza. Scopro i frutti, la serenità della maturità. L'autunno non mi fa più paura.

Una volta pensavo che la Camargue fosse il posto che più volevo visitare. Mi piaceva quell'idea di immense paludi e pianure, canneti, cavalli e zanzare.
- Che ci troveresti in un posto così? - Chiederebbe qualcuno.
In realtà non lo so. Forse sarò l'unica a pensarlo, ma quest'atmosfera sospesa, di afa e lussureggiante vegetazione mi attira. Solo che ora ho scoperto che non occorre spostarsi. Non occorre per niente. L'estate torrida della pianura, devastante durante il giorno, lascia una sorta di cometa magica, la sera. A me dà l'impressione di una vita segreta ed intensa, fatta di insetti, acque, leggende, creature d'acqua...
Ieri sera mi aggiravo per vecchi casolari, col leprotto. Nella notte qualche civetta o uccello rapace mi ha sfiorata col suo verso: ci sono esistenze che non avrei mai immaginato, la notte. Rumori che si impastano col buio, con gli scricchiolii di vecchi travi, con i tarli, con i pipistrelli, con i topi. Animali che non vorrei avere in casa, ma di cui percepisco una celata utilità, una reciproca tolleranza in un regno che può appartenere a noi e a loro.


Quando due anni fa siamo arrivati per caso in questo posto, non sapevamo che ogni estate saremmo tornati lì, anche se solo per un pomeriggio.
C'è qualcosa di magico, nella casa della lavanda.
Ci si arriva attraverso una stradina bianca sui colli, a piedi, e al termine del bosco si apre una radura. L'antica casa è appena qui, sulla destra, sulla sinistra, dopo la chiesetta, i cespugli di lavanda coprono le piante di rose. Più in là, è la vista sul grande mare della pianura coltivata.
Amo questa strada.
Qualche giorno fa, sulla lavanda, migravano le farfalle. Enormi, bianche, come quelle che rincorrevo da bambina.
Dietro alla mia casa c'era un filo appeso per stendere la biancheria. Era tutto bianco: il muro, i vialetti che attraversavano l'orto, le lenzuola che mia nonna metteva ad asciugare, le tovaglie. Il sole abbagliava tutto. Ricordo le voci, ricordo i profumi.
Portano con sé i nostri sogni, le farfalle.
Ma forse anche i ricordi.


Settembre andava per la valle
tirandosi dietro gli ori suoi,
lento come al giogo i buoi,
e noi abitavamo felici
la casa che tu dici
delle farfalle.
Le farfalle erano senza fine
leggiadre: candide, cinerine
gialle cerule verdine:
vestite di sete e mussoline,
così fragili, così fine.
Trepidavano in folle ai vetri,
sfioravano tende e pareti:
di semplici e cheti
giri di danza
empievano l'estatica stanza:
finchè sazie del moto perenne
si posavano: ed erano gemme.
Erano la più vaga cosa
del mondo: la gioia che non osa
traboccare nel canto,
l'aiuto del verso,
l'immagine della mia Musa,
la freschezza del nostro cuore,
l'elogio del nostro amore
sempre uguale e diverso
e ti piacevano tanto!
(A. S. Novaro)
Lo so che non siamo in settembre, ma mi è sempre piaciuta tanto, questa poesia!

Voglia di cielo