
Una volta ho chiesto quale fosse la stagione preferita. Una signora, che dalla vita aveva avuto più di qualche schiaffo, mi ha risposto che era l'autunno. Nè la primavera, che le pareva così bella quando era giovane, né l'estate, che con il caldo massacrante le affaticava notevolmente la quotidianità. Diceva che l'autunno, o meglio, la fine dell'estate, ha in sé qualla dolcezza, quei modi gentili, che la riportavano al passato più sereno. Raccontava che da bambina poteva correre e si nascondeva a ridosso della trattoria gestita dai suoi, per carpire i profumi che provenivano da quella taverna.
Mentre parlava, io ricordo di aver pensato che la mia stagione era ancora la primavera, o meglio l'estate piena, quella lussureggiante della pianura, di cui parlavo qualche post fa.
Ora non so più.
Negli ultimi venti giorni l'afa e il caldo mi hanno sopraffatta. L'atmosfera ovattata del tardo pomeriggio non mi pareva più così densa di vita nascosta. Inettitudine e noia si sono mescolate alla solitudine per ore.
Ora che la temperatura è più umana mi guardo intorno. Come se fosse la prima volta, scopro anch'io la dolcezza. Scopro i frutti, la serenità della maturità. L'autunno non mi fa più paura.
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